INTRODUZIONE ALLE UPANISHAD

Le Upanishad formano la parte finale dei Veda (1) e pertanto sono denominate Veda-anta (2), cioè fine dei Veda. Tale denominazione indica che in esse è contenuta l’essenza dell’insegnamento Vedico. Esse sono il fondamento su cui poggia la maggior parte dei filoni filosofici e religiosi posteriori ad esse dell’India. Non v’è nessuna forma importante del pensiero Hindù  e persino buddhista, che non sia radicato nelle Upanishad. La parola Upanishad deriva da upa-ni-sad “sedere accanto”. Essa indica il sedere accanto al maestro per riceverne gli insegnamenti. Gli inni e i libri liturgici dei Veda vertono di più sulla religione e la prassi del ritualismo  del pensiero degli Ariani. Nelle Upanishad troviamo un superamento rispetto alla mitologia Samhita, alle sottigliezze dei Brahmana e persino alla teologia dell’ Aranyaka, anche se in esse si trovano tutti questi stadi. Gli autori delle Upanishad sulla basi della tradizione spiccano il volo, e con grande audacia esplorano e risolvono i principali problemi metafisici che riguardano le verità ultime e il destino dell’uomo. Esse esprimono l’inquietudine della mente umana per carpire la vera natura della realtà. Sono dedite ad indirizzare l’aspirante, alla verità trascendente, attraverso l’ascolto delle verità supreme, che vertono su quale sia l’origine e il destino dell’uomo, quale ragione regga le varie vicende dell’esistenza, quale sia il fondamento ultimo dell’universo e della vita. Nonostante i molteplici autori e il periodo di tempo richiesto dalla composizione di questi trattati in parte poetici e in parte filosofici, in tutti vi è un’unità di intenti e un chiaro senso della realtà spirituale, nel dominio della filosofia intuitiva i risultati da loro conseguiti sono considerevoli. Le Upanishad non hanno da proporre alcuna teoria filosofica prestabilita o schema dogmatico di teologia. Esse lasciano intravvedere la verità ultima della vita.

Numero e periodo delle Upanishad

Vengono riconosciute ed enumerate 108 Upanishad, di cui circa dieci sono ritenute le principali, le più antiche e autorevoli, sulle quali Samkara (3) ne ha scritto il commento, non ne possiamo stabilire con certezza il periodo della formulazione e compilazione. Le più antiche sono certamente pre-buddhiste ed alcune sono posteriori al Buddha. È verosimile che siano state composte in un periodo  compreso tra il completamento degli inni vedici e la nascita del Buddhismo, cioè nel VI secolo a.C. Per le più remote viene accettato il periodo che va dal 1000 a.C. al 300 a C. Le maggiori sono:

  1.  Isha
  2.  Kena
  3.  Katha
  4.  Aitareya
  5. Brhadaranyaka
  6.  Prasna
  7. Mandukya
  8. Taittiriya
  9. Chandogya
  10.  Mundaka

La Svetarvasara Upanishad è un’altra delle maggiori  il cui commento non si è certi se attribuirlo a Samkara ma che si vuole perlomeno fare risalire alla tradizione di quest’ultimo. Essa è stata composta nel periodo in cui numerose teorie filosofiche erano in fermento: in molti passi  rivela la conoscenza dei termini tecnici dei darshana ortodossi e cita molte delle dottrine principali. Essa sembra interessata a presentare una sincretismo teistico del Vedanta, del Samkhya e dello Yoga. Nelle antiche Upanishad in prosa predomina la pura speculazione, mentre in quelle posteriori predomina il culto religioso e la devozione. Tuttavia esse esprimono una base unitaria, riconoscendo uno spirito unico, onnipotente infinito, eterno,  e  auto esistente, creatore, preservatore e distruttore del mondo. Egli è la luce, signore e vita dell’universo, onnipotente, uno senza secondo. Esse sono quindi anche espressione di un valore etico, che coincide con l’ identità  con Dio. Il mondo non esiste di per sé stesso ma esso trae origine da Dio e pertanto in Dio vi è la possibilità di ritrovare la vera pace, la vera identità, il vero sostrato e ragion d’essere di tutta la vita, compresa quella umana.  Dopo epoche di sviluppo l’uomo  diventa consapevole del grande disegno universale. Egli soltanto sente la chiamata dell’Infinito e con uno sforzo consapevole cresce verso la realizzazione divina che lo attende. L’Assoluto è la mèta divina del sé finito, della personalità finita. Il sentiero della liberazione è il sentiero dello sviluppo dell’anima. La realtà presso la quale dobbiamo dimorare, trascendendo la nostra individualità, è la più alta, e quella realtà è affermata dalle Upanishad. L’ideale etico si traduce quindi nella autorealizzazione. La condotta morale è condotta che conduce alla realizzazione del Sé , distinto dal sé empirico cioè la personalità inferiore con tutte le sue debolezze, egoismi e meschinità, ma il Sé è la rivelazione della natura più elevata dell’uomo. Per cercare di comprendere le Upanishad è particolarmente utile conoscere, almeno in parte, il significato di alcuni termini che si incontrano spesso:

Atman

“E’ la traduzione della parola  Sé, lo spirito, la pura coscienza. L’Atman è l’assoluto in noi, al di là del tempo-spazio-causa e, in quanto tale uguale al, Brahaman. Con la sua sola presenza l’Atman dà vita a tutto e  tutto si riassorbe nell’Atman.

Brahman

Realtà assoluta, l’Assoluto in sé. Quello (Tat) che, totalmente trascendente e incondizionato, è sempre identico a sé stesso. L’Uno senza secondo. Brahaman è assolutamente distinto da ciò che penetra e pervade, mentre questo non è affatto distinto da Lui. Samkara così si esprime: Realizza quel Brahman il cui splendore illumina il sole e le altre stelle ma che non è dalla loro luce illuminato, soltanto grazie al quale tutto questo (universo) si manifesta. Il Brahman invero è altro (dall’universo) null’altro esiste al di fuori del Brahman. Atmabodha, 61,63.

Karma

Karma significa “azione” causalità, effetti risultanti da un’azione, rito. Questa parola ha diverse accezioni: sacrificio azione rituale,. In special modo significa la serie causale che ci farà raccogliere nel corso delle vite successive i frutti delle nostre azioni, di ciò che abbiamo fatto e pensato. L’atto quindi che  può essere fisico, pensato, positivo o negativo, determina  non soltanto il futuro in questa vita, ma  anche le future incarnazioni dell’individuo, il corpo non si aggrega per caso ma è determinato dalle forze del Karma. Il rapporto con il mondo crea Karma  e le forze che vengono a determinarsi  si ripresenteranno di vita in vita.

Moksa

Moksha significa “liberazione finale” dell’individo (Jivatman), dal ciclo delle morti e rinascite  (samsara). Ogni reincarnazione,  secondo il proprio Karma,   può avvicinare  o allontanare l’uomo da Moksha. L’ultimo dei quattro purushartha.

Kosha

Nelle Upanishad e nel Vedanta si distinguono  cinque involucri chiamati Kosha in  cui è avvolto l’Atman. L’identificazione del proprio Sé con uno di questi involucri, non permette di percepire Atman, la vera natura dell’universo, praticando la meditazione si  possono eliminare le identificazioni come, per esempio: “io sono il mio corpo, i miei pensieri ecc…”.  Kosha è una parola sanscrita che significa: avvolgere, rivestimento, involucro, strato, guaina. L’ordine dei cinque Kosha è il seguente:

    1.  Annamaya Kosha

è il più denso dei cinque Kosha, è lo strato prodotto dal cibo, la più esterna delle guaine del Sé: il corpo fisico o grossolano;

    1. Pranamaya Kosha

il secondo Kosha, l’involucro delle forze vitali, di ciò che ci muove, nel quale circola l’energia chiamata Prana, è la penultima guaina che riveste il Sé (Jivatman). È costituito dall’ insieme delle energie sottili cosiddette praniche, le quali mantengono in vita il corpo fisico. È sede dei sette grandi centri (chakra) di forza, corrisponde alla parte più densa del corpo sottile(suksmasarira) o corpo mentale inferiore.

    1. Manomaya Kosha

il terzo riguarda l’involucro  mentale, costituito dalla mente empirica, la mente selettivo-

      istintuale che opera tramite l’attrazione e la repulsione, costituisce lo psichismo inferiore. Questa è la guaina carica di impulsi atavici. Il suo dinamismo psichico agisce sulla guaina pranica attraverso i chakra condizionando lo stesso corpo pranico e di conseguenza anche quello grossolano.
  •  Vijnanamaya Kosha

Si tratta dell’involuco composto dall’intelletto, la guaina dell’intelletto superiore o buddhi.  La sua natura è rappresentata dalla ragione intellettiva, dal discernimento intuitivo, dalla decisione presa in base a un atto di valutazione. In esso vi è attitudine riflessivo-

      conoscitiva, è in grado di contemplare gli archetipi universali. È la seconda guaina che contiene il jiva e costituisce la mente superiore.
  • Anandamaya Kosha

È “ciò” su cui si basa tutta la realtà apparente, il quinto involucro, il più sottile. Si tratta dello strato più vicino al “divino”. È la guaina della beatitudine, dove la coscienza giace nel suo stato di indistinta unità. È quello che ha prodotto tutti gli altri e quindi costituisce il corpo causa. È definito anche involucro di ignoranza (ajananakosa) in assenza di dualismo individuato. È la sede del jiva durante lo stato di sonno profondo. Questa guaina è posta al di là dello stato di tempo-

      spazio-

    tridimensionale e sottile ed è composta di beatitudine, perché il jivatman in questo stato primordiale originario, gode della pienezza della sua condizione. La beatitudine della guaina anandamayakosha non è generata e non dipende da nessun condizionamento formale. Ma non dobbiamo confonderla con l’ananda brahmanica che è altro, poiché essa si pone già sul piano della limitazione.

(1) lett.conoscenza . Ciò che è stato visto e realizzato dagli antichi Rishi (Saggi). Conoscenza suprema, scienza sacra, più particolarmente le quattro raccolte: Rg Veda, Sama Veda, Yayur Veda e Atharva Veda, le quali contengono la scienza sacra e tradizionale per eccellenza che forma la sruti o tradizione “non umana” rivelata, cioè trascendente. La loro compilazione e suddivisione nelle quattro Veda Samhita è dovuta al saggio Vyasa. Ciascun Veda consiste di tre parti denominate Karmakanda(Mantra e Brahmana), Upasanankanda( Aranyaka) Janakanda (Upanisad). Gli indo-ariani codificarono i Veda conformemente ai quattro stadi coscienzialdi vita (ashrama). Lo studente (brahmacharin) si dedicava allo studio della samitha; il capofamiglia (grhastha) seguiva le ingiunzioni del Brahamana; l’anacoreta (vanaprastha) praticava la contemplazione secondo l’ Aranyaka; il rinunciatario (samniasyn) era guidato dalla saggezza delle Upanishad. (2) Il compimento dei Veda (la parte finale). È uno dei sei Darhana denominato anche Uttara Mimamsa. Si divide in tre correnti: 1.Vedanta Advaita (non dualismo) codificato da Samkaracharya, 2.Dvaitadvaita (monismo qualificato), codificatore Ramanuja; 3.Dvaitavedanta (dualismo), codificatore Madhva (3) Codificatore del Vedanta Advaita. Visse tra il 788 e  820 d.C.  Compilò importanti commentari alle Upanishad, Bhagavadigita, Brahmasutra) Fu discepolo di Govindapada, discepolo a sua volta di Gaudapada. Venuto in un periodo di grandi contrasti e spinte dissolutive fu uno strenuo difensore del Sanatanadharma, la pura dottrina della tradizione Vedica.