UPADEŚASᾹRAḤ … “l’Essenza dell’insegnamento”

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Benvenuti a questo seminario, un bellissimo viaggio in cui affronteremo il testo Upadeśasāraḥ scritto da Ramaṇa Maharṣhi

Sāraḥ significa  “essenza”, upadeśa viene comunemente tradotto “consiglio,” ma in questo contesto, per questo vocabolo, useremo la parola “insegnamento”. Upadeśasāraḥ significa perciò: “l’Essenza dell’insegnamento”.

Ramaṇa Maharṣhi nacque a Madurai nel Tamil Nadu con il nome di Venkataraman e quando era molto giovane visse un’esperienza molto importante: l’esperienza della morte. Analizziamola attentamente: ogni volta che voi fate una qualsiasi esperienza, l’oggetto dell’esperienza è differente da voi. Se l’oggetto dell’esperienza e voi foste la stessa cosa non potreste farne esperienza.

Ecco perché nella vita voi potete sperimentare ogni cosa tranne che la morte, perché non siete capaci di differenziare voi stessi dal corpo e dalla mente a causa dell’attaccamento alla vostra soggettività. Invece, fortunatamente Venkataraman affrontò questa esperienza e in qualche modo, senza rendersene conto, riuscì a gestirla. Si dissociò da corpo e mente e sperimentò la morte. Questa esperienza gli piacque così tanto che volle ripeterla più e più volte ancora, quindi, iniziò a trascorrere molto tempo in meditazione.

Uno dei suoi fratelli maggiori, un uomo molto pratico gli disse: “Se questa deve essere la tua vita, se non vuoi fare niente e stare sempre in meditazione, meglio che tu te ne vada da casa.” Venkataraman accettò positivamente questo consiglio. La famiglia gli diede del denaro per la sua istruzione scolastica, ma lui si limitò a prendere la somma necessaria per comprare il biglietto del treno per  Tiruvannamalai, luogo famoso anche a quei tempi dove vivono molti sadhu. *nota

Tiruvannamalai  è situata ai piedi di Arunachala una montagna che è considerata essere il Signore Shiva  ed è un luogo di pellegrinaggio specialmente durante la festività di Karthikai Deepam.  In un giorno particolare di luna piena sulla cima della montagna viene acceso un fuoco alimentato con il ghee (burro chiarificato) che attira folle di pellegrini da tutta l’India del sud.

Venkataraman decise di recarsi a Tiruvannamalai sulla collina. Si dice che Arunachala lo chiamò.

Prima di partire scrisse una lettera ai suoi familiari. Il testo di questa lettera è molto interessante perché esprime il vero codice di un sadhu. Venkataraman essendo nato, cresciuto, educato in questa cultura, sapeva perfettamente cosa è e cosa significhi essere un sādhu, infatti scrisse: “Questo se ne va. Non scrisse: “Io sto andandoperché un sadhu non dice: “Io sto andando, io sto mangiando, io sto dormendo”  Cosa significa? Che oggettivò sé stesso si differenziò da corpo e mente e scrisse: è Venkataraman che sta andando, non ‘Io’.

Arrivato a Tiruvannamalai raggiunse il Tempio Arunachaleswarar nelle cui vicinanze si trovavano delle vasche d’acqua, si rasò completamente i capelli, indossò il filo sacro *nota e iniziò a vivere da vero sannyasin. *nota  trascorrendo molto tempo in meditazione. Poiché era un giovane ragazzo iniziò ad attrarre molte persone.

A quel tempo, il Tempio provvedeva a dare cibo a tutti i sadhu che stavano in meditazione e anche Ramana  si nutriva del cibo offerto. Una volta accadde un fatto  molto importante: nel  tempio di Arunachaleswarar  c’era una cripta sotterranea conosciuta come tempio di Patala lingam, all’epoca abbandonato. Ramana per non essere disturbato si recò all’interno di questo tempio, si sedette e trascorse molto tempo con sé stesso. Voleva ripetere l’esperienza che aveva avuto precedentemente e raggiunse il Nirvikalpasamadhii* nota  rimanendo in meditazione così a lungo che le formiche iniziarono a pizzicarlo e a nutrirsi del suo corpo.

In questo stesso tempio viveva un altro swami, di nome Seshadri Swamigal, che era considerato da tutti un grande yogi ed era veramente una grande personalità. Fu lui a prendersi cura di Ramana e a riportarlo ad un normale stato di coscienza, fu il primo a riconoscere e affermare che Ramana era un grande  sannyasin.

Fu così che Ramana  iniziò a diventare famoso. Un grande poeta di nome Kavyakanda Ganapati Muni lo proclamò Maharishi, rishi significa  veggente, maharishi un grande veggente. In seguito, un altro poeta chiamato Murugunar lo proclamò Bhagavan per la grande reverenza che aveva per lui. Alcuni perciò  iniziarono a chiamarlo Ramana Maharishi, altri lo chiamavano Bhagavan Ramana Maharishi, altri ancora ‘maestro illuminato’. Ognuno lo proclamava a seconda del proprio punto di vista.

Rispetto a ciò dobbiamo essere molto chiari: non si può mai affermare con certezza se una persona sia illuminata o meno. È completamente sbagliato, facendolo emettiamo un nostro giudizio e questo non è accettabile. Col beneficio del dubbio, invece, possiamo dire che una persona potrebbe essere illuminata, non possiamo affermare che lo sia. Un insegnante non può affermare che i suoi studenti sono illuminati, né che non lo siano, tanto meno i suoi allievi possono affermarlo del loro maestro, anche se ogni allievo ama farlo.

Ciò di cui siamo certi è che Ramana Maharishi  era sicuramente una grande persona e pur avendo molto da dire, scelse di rimanere in silenzio.

In merito al parlare, noi possiamo dividere l’umanità in tre categorie: chi parla perché non ha nulla da fare; chi parla perché ha qualcosa da dire; chi ha molti argomenti di cui parlare ma sceglie di rimanere in silenzio. Ramana Maharshi appartiene a questa terza categoria e anche per questo sicuramente era una grande persona.

Un giornalista australiano di nome Paul Brunton che scriveva sulla cultura indiana gli dedicò uno scritto molto significativo che ebbe un grande impatto in tutto il mondo e rese Ramana Maharshi famoso, tanto da attrarre anche molti stranieri. Nonostante la sua grandezza e fama, Ramana Maharshi manteneva il silenzio e molto raramente decideva di parlare. Quando lo faceva era sicuramente per comunicare qualcosa di grande valore, come accadde nel caso di Upadesasarah….tratto dagli insegnamenti di Swami Ananda Saraswati basati sul commento del testo di Ramana Maharishi “Upadeshasarah”